giovedì 21 maggio 2020

Il dolore di un padre che non si è arreso



Annalisa Durante aveva 14 anni. Un angelo biondo con i sogni spensierati e colorati tipici di un’età che si affaccia alle nuove scoperte. Annalisa abitava nel difficile quartiere di Forcella, e la sera del 27 marzo del 2004 si ritrovò nel bel mezzo di uno scontro a fuoco tra bande rivali per l’egemonia della zona: due scooter sfrecciavano tra i vicoli, quello degli inseguitori e quello di Salvatore Giuliano, 19 anni, rampollo del clan che da anni gestiva i traffici illeciti a Forcella. La ragazzina fu raggiunta per disgrazia da alcuni proiettili vaganti: le sue condizioni apparvero immediatamente critiche e fu portata di corsa in ospedale. Dopo giorni di coma, Annalisa spirò.
Voglio riportare il racconto di una famiglia distrutta, di una madre e soprattutto di un padre, Giannino, che non riusciva ad arrendersi alla terribile idea di non aver più una figlia, strappatagli via nel modo più ingiusto e crudele.
Conobbi Giannino qualche tempo dopo il triste fatto e mi raccontò frammenti salienti e drammatici degli ultimi momenti in cui la vita di Annalisa era appesa ad un filo e delle scelte che ha dovuto prendere subito dopo la sua morte. Ne parlava ancora con occhi lucidi, velati di malinconia; la sua era una bambina allegra, dolce, gentile, amante degli animali, sempre alla continua ricerca di un cucciolo da salvare: Annalisa sognava una famiglia e una casa con una sorta di zoo in cui poter aver cura di animali piccoli e grandi.
Sorrideva Giannino mentre ripensava alla sua Annalisa, alla sua “criaturella”, come continuava a chiamarla. Infastidito dalla descrizione che ne fece Saviano nel suo libro Gomorra, Giannino cercò di raccontarmi tutto il bello e tutto il buono che la sua Annalisa era stata in vita e come, anche dopo la sua dipartita, fosse una presenza costante, una sorta di fiamma che continuava a scaldargli il cuore e a infondergli coraggio.
Quando, dopo giorni di coma, i medici gli dissero che non c’era più nulla da fare ma che avrebbero potuto donare gli organi, Giannino, disperato, fuggì via dall’ospedale, corse a casa nella speranza di trovare il coraggio per dire addio alla sua bambina, per prendere una decisione: era un dolore troppo grande, una rinuncia innaturale. Chiese ai medici di poter conoscere l’identità di coloro che avrebbero vissuto grazie al dono di Annalisa, ma ovviamente non gli fu concesso per questioni di privacy. Accadde però, mi disse Giannino in lacrime, che una presenza rassicurante, una figura femminile avvolta da un manto celeste, proprio al momento di firmare i moduli per autorizzare l’espianto degli organi, gli diede coraggio e improvvisamente smise di tremare. Giannino colse quell’apparizione come un segno di Annalisa, un messaggio d’amore e di pace: durante il tragitto di ritorno a casa pianse tantissimo.
Giannino mi raccontava con emozione di quei momenti ed anch’io non riuscii a trattenere le lacrime, perché da padre riuscivo solo ad immaginare tutto il dolore che si può provare, tutto il coraggio che si deve trovare per andare avanti. Un genitore non dovrebbe mai sopravvivere al proprio figlio, è una perdita troppo grande per poterla descrivere.
Sette persone sono state salvate grazie al gesto della famiglia di Annalisa, angelo biondo. Giannino ora a Forcella ha una missione che porta avanti con determinazione e progettualità: rendere la città un posto migliore, tentare di contrastare l’illegalità, seminare speranza nelle coscienze per quel futuro felice che Annalisa sognava.
Dal dolore può nascere qualcosa di miracoloso: Giannino non vuole arrendersi ed io con lui.

ON. Antonio DEL MONACO


Nessun commento:

Posta un commento